nel percorso del PD Provinciale “IDEE A CONGRESSO” diamo spazio alle proposte pervenute alla Segreteria Provinciale (di Paolo Coppola)

L’umiltà e il coraggio

Per il Partito Democratico del Friuli Venezia Giulia del 2023

Democrazia e libertà non sono scontate

Sono doni che abbiamo ricevuto da chi ha lottato contro il fascismo, la violenza e la prepotenza più di settanta anni fa. Sono doni preziosi e fragili che è nostro compito preservare e rafforzare.

Abbiamo bisogno di partiti  La Democrazia ha bisogno di partiti autorevoli (non autoritari), forti e trasparenti, perché chi aspira a  rappresentare il popolo deve essere formato e selezionato e perché chi vuole partecipare alla vita  democratica deve poter avere fiducia nelle istituzioni e deve sentire di poter dare il suo contributo.

Vogliamo che il Partito Democratico del Friuli Venezia Giulia sia un luogo in cui i cittadini di

centrosinistra sentano di poter contribuire alla democrazia. Vogliamo che l’attività politica nel nostro partito sia di approfondimento e discussione, confronto ed elaborazione, per capire e risolvere i  problemi e le sfide che abbiamo davanti.

Vogliamo un partito che sia capace, con umiltà e senza cercare scuse, di imparare dai propri errori e che abbia l’intelligenza di non ripeterli.

Vogliamo un partito che non dimentichi la sua storia, ma che abbia la consapevolezza che il suo compito è costruire il futuro.

Vogliamo un partito che sia credibile, di cui ci si possa fidare, aperto al contributo dei giovani, attento ai bisogni dei più deboli, capace di aiutare e di guidare la nostra regione. Un partito che sia speranza e traino.

I cittadini di centrosinistra del Friuli Venezia Giulia hanno il diritto di poter guardare con fiducia ad una forza politica seria e responsabile.

Di cosa ha bisogno il PD del FVG Unità, innanzitutto, che vuol dire mettere gli interessi dei cittadini davanti alle beghe personali.

Umiltà, come metodo, che significa confronto continuo tra amministratori, iscritti e cittadini, ascolto vero, capacità di mettere in dubbio le proprie convinzioni, per capire e poter migliorare. Difendere la comunità, prima e più di quanto si sia disposti a difendere le proprie scelte passate.

Coraggio di affrontare i propri problemi e le mancanze, di dire no a chi vede la politica come occasione di carriera personale e non come servizio alla collettività. Coraggio di rinunciare alle clientele e alle piccole rendite di potere. Coraggio di riconoscere il merito. Coraggio di cambiare atteggiamenti, metodi e abitudini, prima ancora che persone o nomi. Non è la “rottamazione”, i fatti lo dimostrano, che può rendere il nostro partito più forte, ma nemmeno l’immobilismo o il finto cambiar tutto per non cambiare niente. Non sono le persone che vanno rottamate, ma l’attaccamento al potere, la disonestà intellettuale, la mediocrità che scalza il merito.

Abbiamo quattro anni di lavoro davanti, per cambiare il partito regionale, con l’ambizione di essere d’esempio e di ispirazione anche per il livello nazionale. La specialità del Friuli Venezia Giulia è anche questo: capacità di sperimentare, di mostrare la via.

Nel 2023 avremo l’onere di proporre ai cittadini della nostra regione un’alternativa alla politica della Lega e del centrodestra e non sarà facile. Chi ci avrà governato fino ad allora non sembra interessato ad amministrare. Allo scopo di ottenere il potere si sono totalmente spesi nella campagna elettorale, vincendola e guadagnandosi le tanto ambite poltrone, ma quelle non sono poltrone da cui limitarsi a twittare o lanciare comunicati stampa, ma posizioni privilegiate da cui amministrare una Regione e da cui affrontare una serie di innumerevoli questioni complesse.

Gli attuali pubblici decisori non sanno cosa fare, se non alternare a qualche sporadico annuncio una serie di piccole azioni di clientelismo.

Noi proporremo un modo di amministrare differente fatto di ascolto, partecipazione e impegno delle migliori risorse, con attenzione costante e dando priorità ai più deboli. Convintamente europeisti e progressisti.

Dobbiamo ricostruire il partito, renderlo più moderno nell’organizzazione, utilizzando meglio il web e i social network, integrando questi ultimi con l’attività dei circoli. Dobbiamo rafforzare la collaborazione tra i circoli e il dialogo con le realtà territoriali.

Il Partito Democratico del Friuli Venezia Giulia deve condividere le buone pratiche, conoscere e

valorizzare i propri iscritti, essere permeabile alle nuove energie e nuove idee. Va istituita la scuola di politica e amministrazione e vanno rinnovati i forum rafforzandone l’autorevolezza.

Il rapporto con il gruppo regionale deve essere costante e paritario e i nostri amministratori a tutti i

livelli devono poter contare su un partito vivo, non solo bacino di voti o braccia e gambe per la

campagna elettorale, ma soprattutto luogo di conoscenza e di talenti, di confronto e di proposta.

La voce del Partito Democratico del Friuli Venezia Giulia deve essere unitaria e ascoltata anche a livello nazionale.

Nei prossimi quattro anni assisteremo a profondi cambiamenti tecnologici, economici e sociali e daremo il nostro contributo per costruire un futuro migliore, con la nostra visione, le nostre competenze e approcci concreti. Inizieremo tra pochi mesi con l’appuntamento elettorale europeo in cui il Partito Democratico del Friuli Venezia Giulia si schiererà senza tentennamenti a favore del progetto politico di un’Europa più democratica.

No al nazionalismo, alla chiusura, al sovranismo.

I veri interessi dei cittadini italiani sono l’apertura, la collaborazione, la solidarietà, il confronto culturale, gli Stati Uniti d’Europa.

Sul fronte amministrativo rafforzeremo la collaborazione e la rete degli amministratori del

centrosinistra, evitando il più possibile di inquinare il livello amministrativo locale con polemiche

politiche di livello nazionale. Il recupero di credibilità del Partito Democratico del Friuli Venezia Giulia passerà per la qualità dei suoi amministratori locali, dalla loro capacità di collaborare, ascoltare e mediare per risolvere i problemi nell’interesse della loro comunità.

Il Partito Democratico ha subìto anche nella nostra regione una lunga e dolorosa serie di sconfitte, ma noi conosciamo il cuore dei militanti del nostro Partito, la loro passione e la generosità e siamo certi che    con umiltà e coraggio torneremo a meritare la fiducia dei cittadini del Friuli Venezia Giulia e a guidare la nostra Regione!

Quattro cose da fare

Il partito che costruiremo insieme farà sostanzialmente 4 cose:

1) selezione di classe dirigente;

2) formazione di classe dirigente;

3) elaborazione di proposta politica;

4) raccordo tra elettori ed eletti.

Per fare questo sono necessarie delle azioni coerenti. Non servono miracoli o superpoteri, ma è

necessario avere chiari gli obiettivi e lavorare con metodo e determinazione su un periodo medio-lungo.

Abbiamo quattro anni davanti e non dobbiamo sprecare tempo.

Per poter fare selezione è necessario avere un partito aperto e inclusivo, che accolga le persone che  hanno voglia di impegnarsi. Non è possibile fare selezione di qualità se il bacino di coloro che militano nel partito rimane ristretto sempre ai soliti. Il partito deve costantemente occuparsi della sua  attrattività, deve curare il modo in cui entra in contatto con nuove energie, soprattutto giovani, deve domandarsi costantemente come raggiungere e ispirare le tante persone con senso civico che vivono nel suo territorio. Un partito concepito come accozzaglia di piccoli comitati elettorali, con i circoli a supporto esclusivo del capobastone locale è incompatibile con la selezione di classe dirigente, perché è chiuso e ha paura delle persone di qualità. Il PD del FVG che costruiremo nei prossimi quattro anni sarà un luogo in cui le persone possano far crescere i loro desideri e le loro ambizioni di poter contribuire al bene collettivo.

Attirare persone nuove e di qualità non basta, perché amministrare e fare politica nell’interesse dei

cittadini è un’arte che va appresa. Per questo il partito sarà uno strumento di formazione, attraverso la “gavetta” amministrativa e politica, allenando alla democrazia, al confronto, al rispetto delle posizioni altrui e alla ricerca di sintesi. Il partito aiuterà i neo-amministratori, non li lascerà soli ad “arrangiarsi”, e la conoscenza ed esperienza sarà condivisa e messa a fattor comune. La formazione della classe dirigente diventerà una componente strutturale che va dalla ricognizione annuale dei bisogni formativi fino alla erogazione vera e propria di corsi di base e di approfondimento sia politico sia amministrativo.

Selezione e formazione di classe dirigente sono un prerequisito all’elaborazione della proposta politica. I forum o i gruppi tematici sono un ottimo strumento, ma devono essere fatti funzionare. Il o la responsabile regionale di un determinato tema sarà una persona con competenza e peso politico riconosciuto e avrà una vera delega piena a rappresentare il partito su quella tematica di modo che abbia anche la responsabilità di definire una linea, in accordo con la segreteria, che, nei casi di maggiore impatto politico, possa essere votata dalla direzione.

Il PD del FVG che costruiremo dovrà costantemente elaborare la proposta politica in un continuo dialogo con i cittadini, le associazioni, gli altri soggetti politici e, in generale, con i portatori di interesse, in una  rapporto che non dovrà essere egemonico. Il PD parteciperà a tavoli di confronto e gruppi di lavoro, anche organizzati da altri soggetti, con l’umiltà di saper ascoltare e di poter dare un contributo.

Parteciperemo e ci faremo promotori di processi di collaborazione senza la pretesa di guidare, ma pronti ad aiutare il raggiungimento degli obiettivi decisi insieme.

Infine il partito che costruiremo agevolerà il rapporto tra i suoi eletti e gli elettori, in entrambe le

direzioni. Il PD sarà orgoglioso dei suoi eletti, frutto del proprio lavoro di selezione e formazione, e gli eletti del PD saranno orgogliosi della loro comunità, rispettando il lavoro di elaborazione politica fatto  con il territorio, ascoltando le critiche e le istanze, mantenendo un contatto costante per poter comunicare efficacemente il lavoro svolto e per raccogliere le sollecitazioni. Il PD che costruiremo non avrà timore del confronto, anche aspro, tra base e dirigenza, ma i “panni sporchi vanno lavati in casa” e dopo il confronto il partito dovrà compattarsi intorno ai suoi rappresentanti. Basta personalismi sui social e sui media.

Un partito a rete e non a piramide

Cambieremo la struttura del Partito. Nel 2019 non ha più senso una struttura gerarchica.

Il mondo è cambiato, anche grazie a Internet, e abbiamo imparato che la chiave del progresso sta nella collaborazione. Il PD del FVG valorizzerà il rapporto tra pari, lo scambio di pratiche, la sperimentazione di nuove forme di inclusione.

Il PD sarà un partito a rete che usa la Rete. Non esiste una divisione netta tra attività on-line e sul

territorio e l’azione del PD integrerà i due aspetti in modo da migliorare partecipazione e

comunicazione.

Vogliamo sperimentare, valorizzando la natura federale del PD e chiedendo per il PD del FVG uno

statuto autonomo, che riconosca la specialità della nostra Regione e ci permetta di essere laboratorio anche per il partito nazionale.

Anche il voto online, realizzato con professionalità e usato solo nei casi in cui sono previste votazioni palesi, potrà essere uno strumento da usare per aumentare la partecipazione e la collaborazione.

Sperimenteremo, all’interno degli organi del partito, forme di democrazia liquida in cui chi ha diritto di voto può decidere di delegare un altro su una determinata materia o per un determinato periodo di tempo, in modo da aumentare la partecipazione e la competenza degli organismi, pur rispettando il principio democratico.

Fare opposizione: un partito per la solidarietà, contro il nazionalismo

Crediamo nell’Europa dei popoli, non burocratica, ma democratica e siamo convinti che per curare gli interessi degli italiani e, in particolare, degli abitanti del Friuli Venezia Giulia sia necessario rafforzare i rapporti di amicizia e collaborazione con gli altri Paesi.

Il nazionalismo è una reazione di chiusura dettata dalla paura che di certo non risolve i problemi, ma li aggrava. La tutela degli interessi dei lavoratori e delle fasce deboli della popolazione va perseguita a livello europeo tramite la collaborazione, non la competizione: per questo motivo il PD del FVG nei  prossimi anni dovrà rafforzare i rapporti con i partiti di centro sinistra della Slovenia e dell’Austria.

La solidarietà sarà il nostro primo obiettivo. La guida è il secondo comma dell’articolo 3 della nostra Costituzione: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che,  limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Solidarietà nei confronti di chi parte in svantaggio rispetto agli altri. Tornare a dare voce e

rappresentanza, oltre che speranza, a chi non l’ha avuta, ma anche solidarietà nei confronti di chi ancora non è nato, e quindi attenzione all’ambiente e alla sostenibilità delle nostre azioni, pur continuando ad abbracciare il progresso puntando su cultura, educazione, formazione e ricerca.

Paolo Coppola candidato segretario regionale

PD Circolo San Pier d’Isonzo

Un mondo di persone

Dobbiamo usare parole semplici per definire cosa siamo e cosa vogliamo essere,
perché se è vero che la società è complessa e richiede risposte altrettanto articolate,
è altrettanto vero che le idee di dove andare e di come andarci devono essere
chiare.
In termini moderni dove andare si chiama “Vision”, come andarci si chiama
“Mission”.
Noi preferiamo chiamarlo solo bisogno di avere un “Orizzonte”, qualcosa a cui
tendere, qualcosa per cui vale la pena impegnarsi, qualcosa che risponda, o che tenti
di farlo, ai molti perché della nostra esistenza, qualcosa che dia un senso a tutto
questo. In più va detto che il bello dell’orizzonte è proprio la sua vaghezza, il non
essere definito, la sua permanente flessibilità e al contempo la sua concreta
esistenza, perché c’è, si vede, ma in una sfera è sempre infinito.
Ricordate la famosa frase di Kennedy sul PIL? Lasciamo pur stare una buona dose di
retorica in quella frase, ma una cosa è certa, la vita delle persone non può essere
misurata solo dal denaro.

Società libera e aperta
Perché siamo di sinistra? Perché vogliamo costruire una società libera e aperta.
Libera, perché solo in una società libera gli individui sono liberi e possono avere pari
opportunità.
Aperta, perché siamo contro lo sfruttamento delle persone da parte di altre persone
in nome del profitto.
Lo strumento per farlo è il sistema democratico, parlamentare e rappresentativo. Il
resto è solo potere in mano a pochi, spesso molto ricchi. Di solito chi attacca le
istituzioni democratiche lo fa solo per farsi meglio gli affari propri. Il che non vuol
dire che le istituzioni democratiche non possano essere migliorate, ma con
l’obiettivo di farle più forti e non di farle più deboli.
I Social network non rappresentano uno strumento di società libera e aperta, non
ora almeno con queste regole. Essi sono facilmente manipolabili, e spesso sono solo
lo strumento di campagne di opinioni costruite su menzogne, denigrazioni e

intimidazioni. È un Far West, non basta l’educazione e non si può starne fuori, ci
serve Tex Willer che colpisca i cattivi.
L’opposto di una società libera e aperta è una caserma, dove muore lo stato di
diritto. Qualcuno lo chiama Medioevo, secondo noi con una certa forzatura, ma
rende chiara l’idea di una società xenofoba dove i rapporti umani sono sostituiti
dalla appartenenza al clan, alla tribù, e dove i diritti individuali sono solo un
impaccio alla forza della tribù nei confronti delle altre tribù.
Loro dicono “prima gli italiani”, noi diciamo “prima le persone”.
Loro dicono “padroni a casa nostra”, noi diciamo “la città è di tutti”.
Loro dicono “il nostro capitano”, noi diciamo “la nostra democrazia”.
Questo è lo scontro. A questo punto qualcuno si chiederà se al PD serva più la
proposta o la protesta. Domanda inutile, a questo punto serve tutto, ma veramente
tutto, ma soprattutto serve una nuova rotta, verso una società libera e aperta.

Europa: cose già dette e parole perse
Ma perché è così forte questa cultura del recinto, al punto tale da influenzare anche
persone che si definivano, e si definiscono ancora, progressiste?
Rileggendo quanto già scritto in passato riprendiamo un concetto che ci è caro e di
cui siamo convinti: la globalizzazione con annessa perdita di centralità del bacino del
Mediterraneo, le continue guerre e disuguaglianze che producono morte e flussi
migratori inediti, la rivoluzione Internet con la disponibilità immensa di banche dati
alla portata di tutti e infine una crisi economica interminabile hanno logorato l’idea
di Europa e messo in discussione molte certezze su cui si basava il nostro concetto di
civiltà.
Qualcuno dirà, è il mondo che cambia bellezza. Si, ma l’Europa e le sue istituzioni si
sono trovate di colpo impreparate, deboli e impaurite, al punto tale di mettere in
discussione lo stesso sogno europeo. Niente di buono sotto il sole ed è quindi
dall’idea di Europa che bisogna ripartire.
Il PD si è identificato da sempre con il sogno europeo, metafora di una società più
libera e aperta, di una società in pace e non in guerra.
L’Europa dei nostri sogni però ha cominciato a morire con la crisi greca, sempre
meno occasione e sempre di più imposizione.

Oggi gli Stati Uniti d’Europa sono lontanissimi, pur in presenza di una mole enorme
di legislazione europea, molte volte vincolante. Bisogna ripartire da una Europa
sociale, perché come disse Habermas “il welfare europeo è stato l’unica e la più
grande riforma socialdemocratica e popolare”.
È il sociale dunque la nuova frontiera. È attorno al sociale che si può e si deve
costruire un nuovo sogno europeo.
Deve far pensare che la politica del recinto e delle piccole patrie trova il consenso
delle parti più deboli della popolazione, che si sente semplicemente abbandonata se
non perseguitata dalle politiche di bilancio e monetarie. Se qualcuno tiene in
ostaggio la tua vita, è naturale che cerchi di difenderti, e la tribù è la cosa più a
portata di mano. Per farlo abbiamo bisogno di una Europa federale.
Non stiamo parlando del terzo mondo. Con tutto rispetto per i BRICS e la loro
crescita, l’Europa resta una delle zone nel pianeta dove si vive meglio. Il problema è
che il suo modello non è più espansivo. Non siamo più noi a tracciare il solco, ma
seguiamo se va bene.
Il PD quindi deve dire, Europa si ma non così. Il PD deve allearsi in Europa con chi ha
una visione progressista del futuro e proporre grandi riforme strutturali sociali, che
creino sviluppo e soprattutto coesione sociale. Non è solo la partita dei flussi
migratori, ma quella del sistema previdenziale, del modello di assistenza, dei diritti
civili, delle tutele nel mercato del lavoro, della guerra alla criminalità organizzata.
Parole perse e disattese, inseguendo politiche monetarie estranee alla nostra vita
quotidiana.
L’Europa del dopoguerra è nata dal Piano Marshall, che era tutto tranne una regola
bancaria. L’Europa della caduta del muro, è rinata con uno sforzo comune incurante
dei soldi. Oggi l’Europa ha bisogno di un nuovo Piano Marshall sociale, per ritornare
a essere nella mente dei suoi cittadini La Comunità Europea a cui appartenere.
In questo senso possiamo dire che il PD deve essere un partito europeo, e
aggiungiamo social-europeo. Oggi invece siamo un partito nazionale, e aggiungiamo
poco sociale. Qui si apre un mondo. Il PSE è sulla carta, motore del nulla.
Non diciamo “proletari di tutto il mondo unitevi”, ma quasi.

Federalismo: il sogno di Darko Bratina
Il contrario del centralismo è il federalismo. Chissà perché adesso non è più di moda,
eppure è un sistema che funziona, gli USA e la Germania lo stanno a dimostrare. Il
federalismo permette di esser allo stesso tempo padroni a casa e nostra e parte di
una società aperta a tutti. Va detto che noi non abbiamo una cultura federalista,
perché il nostro è un Paese nato dai Comuni, quindi dai campanili. Ma una cosa è
certa, proporre e continuare a proporre un sistema centralistico oggi è come
pensare di vivere nel secolo scorso. Il sistema dei poteri, Europa, Nazioni, Territorio
è da sempre legato da un conflitto di fondo: da un lato più Europa e più Territorio,
dall’altro più Nazioni e meno Europa e meno Territorio.
Va detto anche che il concetto di centralismo e di nazionalismo, oltre a camminare a
braccetto, implicano anche quello di statalismo che rappresenta il braccio armato di
tale politica. Lo Stato da, lo Stato toglie.
L’Italia è purtroppo prigioniera di una idea nostalgica di Nazione del ‘800.
Il federalismo non è solo quindi in una società liquida la soluzione migliore per
l’Europa, ma lo è anche per l’Italia e per la forma partito del PD. La forma partito,
infatti, è da sempre uno specchio della forma istituzionale, a maggior ragione in FVG
che è una Regione autonoma. Qui si può scrivere un libro. Basta dire che da sempre
nel PCI PDS DS PD e vale anche per gli altri percorsi, esiste una enorme differenza
nei gruppi dirigenti tra chi “va a Roma” e chi “sta a Roma”, e con questo abbiamo
detto tutto.
L’autonomia del PD regionale avrebbe due grandi conseguenze di prospettiva, la
prima che si potrebbe lavorare per una più forte autonomia della Regione, la
seconda che si potrebbe lavorare per costruire legami europei istituzionali e/o di
partito con molte realtà oltre confine. Il che non farebbe male, visto cosa succede ai
nostri confini.
Una volta Darko Bratina ricordava a tutti che l’Europa non è una massa indistinta ma
è fatta di migliaia di “minoranze” e di territori che sono la vera anima dell’Europa
stessa e del nostro sogno. Dobbiamo riappropriarci di quel sogno.
Un partito federale poi ha anche altre conseguenze, non banali. La prima che
potrebbe generare un gruppo dirigente degno di questo nome e non figlio di
mozioni che sempre (non quasi sempre) vengono calate dall’alto e per natura sono
slegate dal vissuto. La seconda, non meno importante e diremmo forse decisiva, è il
rapporto nuovo che inevitabilmente si andrebbe a creare con il mondo delle liste
civiche. Qui merita un approfondimento.

Il rapporto attuale del PD con le liste civiche è a dir poco surreale. Noi vogliamo liste
civiche che assomiglino a noi, praticamente l’ideale per noi sarebbe figliarle. Qui
bisogna cambiare totalmente registro. Le liste civiche sono civiche e quasi sempre la
pensano diversamente da noi. Sono espressione di emozioni e stati d’animo, di
battaglie precise, di ambizioni precise. Spesso sono precarie. Spesso sono
episodiche. Quindi ciò che deve cambiare è il nostro rapporto con loro. Una
coalizione non si fa se noi siamo l’ombelico del mondo a cui tutti devono tendere,
ma si fa se la coalizione è un autobus nel quale ognuno porta la sua forza e le sue
idee. In due parole per parlare in maniera nuova alle liste civiche dobbiamo essere
più un partito coalizione e meno gli unti del Signore.
Per farlo dobbiamo essere un partito del territorio, autonomo. Noi stessi una lista
civica.
Un partito provinciale
Ogni livello di organizzazione politica viene definita almeno da due parametri
indispensabili: il progetto e l’organizzazione, altrimenti e semplicemente non serve.
IL PROGETTO: un partito che vuole continuare a chiamarsi provinciale e che fa
riferimento ad un territorio e non all’Ente Provincia che non esiste più, ha bisogno di
un progetto provinciale. Bisogna tornare a pensare ed a elaborare politiche
territoriali provinciali. Oggi non è così. La scomparsa della Provincia ha lasciato un
vuoto di elaborazione, Comuni e circoli si sono rintanati nel proprio orticello. Il lutto
va elaborato e superato: ci deve essere una politica provinciale anche senza la
Provincia.
L’ORGANIZZAZIONE deve essere conseguente, con una Segreteria Provinciale che si
riunisce settimanalmente e che opera come una vera e propria giunta provinciale,
con incarichi chiari e netti, responsabilità precise e riconoscibilità dei suoi
componenti. Se un circolo vuole approfondire il tema degli ospedali, ci deve essere
un responsabile provinciale della sanità, che avrà fatto un suo gruppo e potrà
aiutare il circolo stesso. Questo vale anche per il lavoro, l’ambiente, le opere
pubbliche, gli enti locali, la cultura, lo sport, l’istruzione e via di questo passo. Figure
importanti, oltre ovviamente al segretario provinciale, diventano quella della
organizzazione, quella della comunicazione e il tesoriere: un vero e proprio staff del
segretario. Lo scontro è durissimo perché in gioco è la democrazia e il futuro
dell’Italia, abbiamo bisogno di un partito che regga lo scontro. Non ci serve una
segreteria provinciale pletorica fatta con il bilancino dei territori, ci serve una forte e
autorevole cabina di regia.

Riformismo: chissà perché
Chissà perché ogni volta che si parla di riforme, c’è qualcuno nel PD che ci tiene a
precisare che le riforme si devono fare anche se impopolari. Abbiamo sempre
pensato che questo sia un ossimoro.
Infatti, a che servono le riforme? A far vivere meglio, quindi perché dovrebbero
essere impopolari? In quella affermazione c’è implicitamente un giudizio di merito
sul popolo (passateci il termine generico), ovvero che se le cose vanno male è colpa
del popolo. Quindi il popolo è il nemico, ignorante, infantile e incapace di sapere
cosa è bene per lui o no. Ecco in due parole cos’è la nostra tanto declamata
supponenza. Non è una questione psicologica, e che il PD si è fatto carico di
“salvare” l’Italia più che di rappresentarla, e per farlo abbiamo fatto prevalere
l’aspetto tecnico a quello politico, che è l’esatto opposto di quello che stanno
facendo Lega e 5S, ma una via di mezzo non è possibile?
La politica non è solo competenza, per quella ci sono i Dirigenti anche ben pagati.
La politica non è solo titoli di studio e curriculum, in una democrazia anche un
povero può governare soprattutto se, come avviene in Italia, il cosiddetto ascensore
sociale è bloccato.
La politica è prima di tutto rappresentanza. Punto.
Quindi invece di sparare fregnacce sulle riforme obbligatoriamente impopolari,
chiediamoci quale vuole essere il verso di queste riforme nel mondo nuovo.
Di certo una parola chiave: biodiversità. Sia sociale e sia ambientale:
 una società per tutti perché la diversità è una ricchezza e perché il sociale
rappresenta la nuova frontiera sia occupazionale e identitaria dove nessuno
deve essere lasciato solo;
 un nuovo modello di sviluppo eco sostenibile, perché il mondo è uno solo ed è
proprio li che crescono i lavori più qualificanti, dove il nostro Paese può dire
molto.
Di certo non sfruttamento su altre persone.
Di certo un buon lavoro per tutti, perché la nostra società è basata sul lavoro e non
sul ricatto del lavoro.
Di certo diritti civili per tutti e pari opportunità per tutti.
Di certo cultura e istruzione, perché è il più grande investimento che possiamo fare.

Di certo innovazione, tanta tanta innovazione.
Di certo conti a posto e tagli ai privilegi e alla corruzione.
Di certo territori forti, perché il territorio non è il problema ma spesso la soluzione
del problema.
Di certo una nuova forma Stato e una nuova Europa sociale.
Poche certezze ma forti.

PD: una questione personale
Ne esce un PD popolare, riformista per il nostro futuro, federalista, social-europeo.
Un PD che include e non esclude. Una politica delle alleanze aperta e rispettosa di
tutti i partners. Alleanza popolare? Alleanza democratica? Nuovo centrosinistra?
Chiamatela come volete, a noi piace la parola “Unità”, ci è sempre piaciuta e siamo
sicuro che se si prende la strada giusta si riuscirà a declinarla al meglio.
Un cambio di rotta dunque, per rifondare il PD e rifondare l’idea progressista. Non si
tratta di cambiare il nome. Non si tratta di criticare il passato, non serve. L’Italia è un
Paese dove tutti sono ex di qualcosa. Adesso abbiamo bisogno di tutti. Noi che
sogniamo un mondo di persone dobbiamo ricordarci che la politica, per
antonomasia, è sempre una questione personale.
PD Circolo san Pier d’Isonzo
San Pier d’Isonzo, 25 settembre 2018

Il caso del Petrarca è perfettamente calzante

Il caso del Petrarca è perfettamente calzante

Faccio seguito alle polemiche emerse a seguito del CASO del Liceo PETRARCA a Trieste, che pare inverosimile.
La lodevole iniziativa dell’insegnante promotrice dell’iniziativa ha stimolato molte riflessioni sul periodo inquietante che stiamo attraversando, facendo emergere la insufficiente consuetudine con la quale la scuola si misura con temi che dovrebbero rientrare in una prassi ordinaria: le leggi razziali dovrebbero trovare maggior approfondimento tra gli studenti, come emerge dall’importante lavoro della classe, stimolata da una docente attenta e sensibile. È quanto auspicavo attraverso il mio DDL 2766 “Istituzione dell’anno dell’eguaglianza e della lotta alle discriminazioni razziali”, di cui sono stata estensore e prima firmataria, presentato lo scorso anno a marzo in Senato, che trova in qualche modo nel “lavoro del Petrarca” la sua realizzazione.
Ritengo utile trasmettere il testo del DDL, che intende coinvolgere il mondo dell’istruzione in una riflessione sugli 80 anni dalle leggi razziali, nell’auspicio venga rilanciato e trovi quest’anno la sua concretizzazione.
Il tema della discriminazione razziale e la sua condanna sono insiti nelle motivazioni che hanno portato il Parlamento italiano ad approvare l’istituzione della giornata della memoria della shoà.
Purtroppo il razzismo, e non mancano inquietanti episodi che ne minacciano il rigurgito, è tutt’altro che debellato in Europa e nel nostro Paese a oltre settanta anni dalla fine della seconda guerra mondiale e dopo sofferte conquiste sociali e di civiltà che hanno portato l’Europa (e non solo l’Europa) a vivere il periodo di pace più lungo e di crescita e sviluppo che non hanno eguali nella storia dell’umanità. Si registra, in questi ultimi anni, una crescente ripresa di fenomeni di intolleranza, che destano seria preoccupazione tra coloro che credono, vivono e difendono la democrazia.
Per tali ragioni, scrivevo nella premessa del DDL, in occasione della giornata della memoria, “ritengo doveroso lanciare un segnale di attenzione su queste terribili problematiche portando a conoscenza della proposta di legge depositata al Senato per istituire il 2018 come l’anno dell’uguaglianza e della lotta alle discriminazioni razziali.”
Affrontiamo dunque il tema nella scuola in modo approfondito; una riflessione episodica non servirebbe. Accompagnamo singoli momenti celebrativi o evocativi con una costante educazione al RISPETTO dell’ALTRO, a partire dalle PAROLE.
Di seguito la relazione al DDL e l’articolato.
ExSen.Laura Fasiolo ( XVII LEGISLATURA)

Onorevoli Senatori. — Il 14 luglio 2018 ricorreranno 80 anni dall’introduzione in Italia delle infamanti leggi razziali volute dal regime fascista.
Le leggi razziali di Benito Mussolini portarono alla morte migliaia di ebrei provocando loro sofferenze inenarrabili; migliaia di cittadini italiani di religione ebraica furono perseguitati ed umiliati. I meno fortunati furono arrestati, ridotti alla fame e spogliati di ogni bene, per essere poi spediti nei campi di sterminio, in Germania come anche nella risiera di San Sabba di Trieste.
Il 14 luglio 1938 fu pubblicato il «Manifesto del razzismo italiano» redatto da un gruppo di fascisti docenti nelle università italiane. Il manifesto venne trasformato in decreto il 15 novembre dello stesso anno, controfirmato da Vittorio Emanuele III di Savoia, Re d’Italia e imperatore d’Etiopia «per grazia di Dio e per volontà della nazione».
Con il manifesto e con le leggi che vi seguirono, agli ebrei venne proibito di prestare servizio militare, esercitare l’ufficio di tutore, essere proprietari di aziende, essere proprietari di terreni e di fabbricati, avere domestici «ariani». Gli ebrei vennero lentamente licenziati dalle amministrazioni militari e civili, dagli enti provinciali e comunali, dagli enti parastatali, dalle banche, dalle assicurazioni e fu loro proibito l’insegnamento nelle scuole di qualunque ordine e grado.
Le responsabilità del regime fascista furono gravi e dirette, nonostante la tendenza generale volta ad attribuire al solo regime nazista la responsabilità diretta di ogni forma di persecuzione in Europa, assegnando al fascismo italiano una responsabilità o una corresponsabilità solamente marginale per i provvedimenti emanati e le azioni compiute in «sintonia» con l’alleato tedesco.
Il 5 agosto 1938 uscì nelle edicole e nelle librerie il primo numero del giornale «La difesa della Razza», editoriale diretto da Telesio Interlandi. Interlandi era un giornalista e uno scrittore molto conosciuto e già direttore, su disposizione di Mussolini, del quotidiano «Il Tevere». I suoi scritti, ben prima del Manifesto del razzismo italiano, erano intrisi di un razzismo ripugnante.
In ogni caso fu con «La difesa della Razza» che la politica razzista del regime nei confronti degli ebrei divenne metodica e pianificata.
La rivista fu probabilmente il prodotto giornalistico più vergognoso e infame del fascismo, alla cui base risiedevano teorie (quasi sempre totalmente inattendibili e false) che furono prodromiche al decreto del 15 novembre 1938, i cui tratti fondamentali possono essere riassunti nel modo seguente:
— le razze umane esistono;
— esistono grandi razze e piccole razze;
— il concetto di razza è concetto puramente biologico:
— la popolazione dell’Italia attuale è di origina ariana e la sua civiltà ariana; è una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici;
— esiste ormai una pura «razza italiana»;
— è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti;
— è necessario fare una netta distinzione tra mediterranei d’Europa (occidentali) da una parte gli orientali e da una parte gli africani;
— gli ebrei non appartengono alla razza italiana;
— i caratteri fisici e psicologici degli italiani non devono essere alterati in nessun modo.
Il manifesto rappresenta dunque il vero e proprio inizio della discriminazione nei confronti degli ebrei e che si tradurrà, lo stesso anno, nell’introduzione della prima legge razziale.
Con il presente provvedimento si prevede, ad 80 anni dall’introduzione delle leggi razziali, l’istituzione per l’anno 2018 dell’«Anno dell’eguaglianza e della lotta alle discriminazioni razziali», da affiancarsi, a partire dall’anno successivo, alla Giornata della memoria prevista per il 27 gennaio, di cui alla legge 20 luglio 2000, n. 211, e a una serie di attività tese a non dimenticare quel tragico momento.
DISEGNO DI LEGGE
Art. 1.
(Istituzione per il 2018 dell’anno dell’eguaglianza e della lotta alle discriminazioni)
1. In ricordo degli ottant’anni dall’introduzione delle leggi razziali volute del regime fascista, l’anno 2018 è dichiarato «anno dell’eguaglianza e della lotta alle discriminazioni razziali».
Art. 2.
(Concorso nazionale sulle leggi razziali del 1938)
1. Ai fini di cui all’articolo 1, il 14 luglio 2018, presso il Parlamento, si tiene una giornata dedicata al ricordo delle leggi razziali.
2. Possono partecipare alla commemorazione di cui al comma 1 le rappresentanze degli studenti degli istituti di istruzione di ciascuna regione e provincia autonoma selezionati all’esito di un concorso nazionale su base regionale avente ad oggetto le leggi razziali.
3. Al concorso di cui al comma 2 hanno accesso gli istituti di istruzione secondaria di secondo grado che abbiano prodotto un elaborato tematico, realizzato in forma individuale o di gruppo.
4. Con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, da adottare entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, è istituita presso il medesimo Ministero una Commissione con il compito di selezionare gli elaborati vincitori del concorso, uno per ogni regione e provincia autonoma. Dall’attuzione del presente comma, non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.
Art. 3.
(Interventi a sostegno delle attività formative e di studio)
1. A decorrere dall’anno 2019 la celebrazione di cui all’articolo 2, comma 1, ha luogo in coincidenza con la Giornata della memoria di cui alla legge 20 luglio 2000, n. 211.
2. La Commissione, istituita ai sensi dell’articolo 2, comma 4, nel rispetto del limite di spesa di cui all’articolo 4, comma 2, adotta le opportune iniziative volte:
a) al recupero e al restauro di materiale storico, artistico, archivistico e museale riguardante le leggi razziali, nonché alla valorizzazione e alla pubblicazione, anche in formato digitale, del suddetto materiale ed alla sua collocazione in un’unica banca dati consultabile on line;
b) al riordino delle fonti storiche e alla pubblicazione dei relativi documenti insieme con i rispettivi inventari;
c) all’istituzione di borse di studio e all’emanazione di bandi in favore degli studenti delle università italiane;
d) alla realizzazione di ogni altro progetto utile per il conseguimento delle finalità di cui alla presente legge.
Art. 4.
(Copertura finanziaria)
1. All’onere derivante dall’attuazione degli articoli 1 e 2, valutato in un milione di euro per l’anno 2018, si provvede mediante corrispondente riduzione del Fondo per interventi strutturali di politica economica, di cui all’articolo 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307.
2. All’onere derivante dall’attuazione dell’articolo 3, valutato in 100.000 euro a decorrere dall’anno 2018, si provvede mediante corrispondente riduzione del Fondo per interventi strutturali di politica economica, di cui all’articolo 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307.
3. Il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

SULLA SANITA’ REGIONALE E’ CALATO L’OSCURANTISMO DELLA CONTRORIFORMA.

SULLA SANITA’ REGIONALE E’ CALATO L’OSCURANTISMO DELLA CONTRORIFORMA.

Dopo mesi di attesa speravamo di trovarci davanti una proposta su cui ragionare, invece la “Controriforma della Sanità” targata Riccardi è un colpo al cuore della sanità regionale e un vero e proprio pugno allo stomaco di quella isontina.

Lo smembramento della sanità dell’intera provincia di Gorizia è servito, alla faccia dei due litiganti Ziberna-Cisint, incapaci di elaborare una proposta condivisa, il terzo se la gode, ed in questo caso, in pieno stile centrodestra, il terzo sarà il privato convenzionato.

L’azzeramento delle strutture di Gorizia e Monfalcone mette chiaramente in luce tutta la debolezza della classe politica del centrodestra provinciale, che soccombe ai ben più strutturati interlocutori triestini, scelti e tutelati dal governatore Fedriga in persona. Altro che ritorno all’Azienda Isontina, lungamente vagheggiato dai forzisti goriziani, e ancor meno capiterà ai leghisti monfalconesi di rivedere i blitz della sindaca Cisint nelle corsie dell’ospedale cittadino, andrà tutto bene, perché non ci sarà più nulla da difendere.

Asservire Gorizia e Monfalcone a Trieste significherà anche obbligare l’intera cittadinanza isontina a farsi carico dei disagi generati dalla difficoltà viabilistica e di parcheggio in cui i tre ospedali triestini sono letteralmente immersi.
Nessuno nega che la riforma della sanità introdotta dal centrosinistra necessita ancora di aggiustamenti, soprattutto dal punto di vista organizzativo, ha però il grande merito di porre al centro le necessità dei cittadini e i servizi di prossimità, fondamentali data l’età media della popolazione regionale; ma soprattutto identifica chiaramente come prioritaria ed adeguatamente finanziata la sanità pubblica, generando così in legge, oltre che nei fatti, la prospettiva di un sistema che ha gli strumenti per migliorarsi e continuare a crescere.

I disastri che questa controriforma genererà purtroppo sono a livello regionale e vanno ben al di là del solo territorio della provincia di Gorizia.  Con la sua controriforma Riccardi riesce in un sol colpo a distruggere il sistema della sanità pubblica regionale, per anni fiore all’occhiello di questa regione, e a smantellare a macchia di leopardo i servizi territoriali lasciando l’intera regione alla mèrce del migliore offerente privato.

E’ già, perché il privato arriva solo dove ci sono spazi di mercato da prendersi, quindi il primo risultato della controriforma di Riccardi che tutti toccheremo con mano, sarà l’immediato depauperamento di ciò che ora funziona bene. Una storia già vista, il sistema americano insegna, al pubblico resteranno il pronto soccorso e tutto ciò su cui è impossibile fare budget, al privato convenzionato il resto.

Una sanità privata con livelli di offerta strutturati per censo per i diversamente abbienti, per tutti gli altri un sistema pubblico al quale verranno destinate sempre meno risorse e che, secondo le regole del mercato, sarà sempre meno appetibile anche per medici, professionisti e personale sanitario in genere.

Il Segretario Provinciale del Pd di Gorizia
Silvia Caruso

NEWSLETTER: Il #FUTURO: Grande Sfida

NEWSLETTER: Il #FUTURO: Grande Sfida

A  febbraio, nel Salone d’Onore “Carlo X “ dell’Hotel Entourage di Gorizia,  presentavo con il giornalista Tommaso Cerno il mio e-book  “Per l’Italia e per il nostro Territorio”, con le tappe più significative del mio impegno legislativo in Senato.

Nell’occasione evidenziavo i temi affrontati e gli impegni, assolti con determinazione e più di qualche criticità, nel corso della XVII legislatura.

Non è stato facile attivare provvedimenti in vari settori, dal lavoro all’economia, alla logistica, all’ambiente, all’agricoltura, all’istruzione-cultura, al welfare; ai diritti, al turismo,al complesso fenomeno della  migrazione, ai rapporti di cooperazione europea.

Ma la maggiore sfida sarà affrontare il futuro con il piede giusto,  scommettere su di un sano pragmatismo riformista ancorato a solidi principi, gestendo la crescente tensione tra europeismo e populismo.

Ma veniamo all’OGGI.

Preso atto della mia mancata rielezione per i motivi noti ai più, sento il dovere di ringraziarvi per l’attenzione e l’ascolto che avete pazientemente riservato alle scorse newsletters e di informarvi che seguo comunque da vicino l’attuazione dei provvedimenti legislativi, specie di quelli a mia prima firma. 

Perciò, se avrete piacere, vi invierò la mia “NEW Newsletter” attraverso la quale seguo il presente locale, nazionale e internazionale e lancio uno sguardo al #FUTURO GRANDE SFIDA

Potete ricusarla con un clic.

Ciò che più mi preme, e per cui mi sto spendendo con incontri e contatti con parlamentari e politici a vari livelli, è  il seguito di disegni di legge, mozioni, interpellanze ed emendamenti che ho presentato per la tutela, lo sviluppo e la crescita del Territorio.

Salvaguardare gli interessi di Gorizia, dell’Isontino, di tutti i Territori della Regione Friuli Venezia Giulia, specie dell’area confinaria, delle risorse di mare e montagna, di Collio e Carso,  è un obiettivo che intendo perseguire, in un’azione proattiva e di stimolo che passa anche e soprattutto attraverso il rilancio della logistica.

Mi riferisco al finanziamento ottenuto dal Ministro Del Rio e dall’ Amministratore Delegato e Direttore Generale di Rete Ferroviaria Italiana, Maurizio Gentile, inserito nel pacchetto di 132 milioni destinati alla rete ferroviaria del Friuli V.G., del raccordo ferroviario Italia Slovenia.

La mia campagna ha avuto efficacia e il progetto non può aspettare, RFI è pronta: ora è la politica a dover decidere la tempistica e sarà questo Governo a procedere. Il nodo ferroviario di Gorizia porrà fine a un indecoroso “missing link” europeo, a un collegamento mancante da oltre 70 anni tra due Stati vicini. E gli eventi tragici di Genova di questi giorni testimoniano quanto l’efficienza della rete logistica sia prioritaria per il Paese.

Vorrei inoltre insistere per l’attuazione, anche per il FVG, delle ZES (Zone Economiche Speciali), oggi riservate al solo Mezzogiorno, e sulle quali ho depositato una DDL, oltre alle ZLS ( Zone Logistiche Semplificate).

È risaputo che su questi temi ho molto insistito, consapevole che implicano detassazioni e sburocratizzazioni essenziali per l’attrazione di imprese e il rilancio dell’economia.

Di ciò beneficeranno il Friuli intero, l’area SDAG, il retroporto per gli scali portuali dell’Alto Adriatico, dove l’istituzione di una Zona Logistica Semplificata diffusa, per la quale la Regione FVG ha espresso una recente manifestazione di interesse, fungerà da attrattore di imprese.

ALTRI temi aperti, soddisfazioni e insoddisfazioni:

Se mi reputo soddisfatta per salvaguardia del Tribunale di Gorizia, grazie alla sua classificazione di “Sede Disagiata” e per l’avvio dei lavori del secondo lotto del Carcere,  tante sono le “insoddisfazioni”: ritengo un’occasione perduta lo spostamento a Trieste della COMMISSIONE Territoriale Migranti, un potenziale fiore all’occhiello per la possibile sinergia con l’Università e la sua valorizzazione (tirocini degli studenti laureandi e neolaureati del SID -Scienze Internazionali e Diplomatiche). Un’”incompiuta” è la “cittadella giudiziaria”, con il mancato recupero della scuola PITTERI per il cui riadattamento si rendono necessarie risorse ad hoc dal Ministero della Giustizia; un’ incompiuta è la “geografia giudiziaria”, che deve rivedere un ampliamento della territorialità per il Tribunale dell’Isontino, in questi anni molto sacrificato. Voglio aggiungere, nella profonda crisi della città, quasi del tutto priva di un tessuto commerciale, la situazione della Consortile Duca D’Aosta, nata per il rilancio dell’aeroporto, dove grandi aspettative sono andate deluse. I miei sforzi, comunque, non mancano nè mancheranno e neppure il mio impegno a fianco della città, delle Istituzioni, del Territorio Isontino, dell’intera regione FVG.

CARCERE DI GORIZIA: A REGGENZA?

Di recente avevo annunciato con soddisfazione che la struttura carceraria ottocentesca di via Barzellini Angiolo Bigazzi sarebbe stata rimessa a nuovo. Lo avevo annunciato trattandosi del lavoro perseguito nel corso del suo mandato, che doveva trovare la luce già nella scorsa legislatura. I lavori sono iniziati,quindi una bella soddisfazione,  ma segue la notizia che l’attuale Direttore purtroppo non ci sarà. Il direttore reggente della casa circondariale  di Gorizia dott. Alberto Quagliotto, direttore del Carcere di Pordenone, subentrato a Gorizia alla direttrice  Iannucci, destinata alla direzione del Carcere di Udine, potrebbe rientrare nella sede originaria e lasciare la sede goriziana  libera. Il carcere dunque rimarrebbe  in attesa di una nuova reggenza, ragionevolmente di Trieste.

Oltre TRENTA saranno le case circondariali scoperte e in reggenza in Italia, fino all’espletamento dei nuovi concorsi per direttori carcerari, di imminente indizione. Ci vorranno però almeno due anni, di fatto tre  includendo la formazione, prima di avere  i vincitori di concorso  e tutte le sedi coperte. “ Tutte le sedi attuali? Lo si spera, salvo non prevalga la logica dell’accorpamento per le più piccole o decentrate. Questo eventuale processo non dovrà penalizzare ancora Gorizia, sottolinea FASIOLO. Non ci penso neppure. In  funzione preventiva, venuta a conoscenza dell’imminente trasferimento di Quagliotto,  ho interessato il sottosegretario  alla giustizia Vittorio Ferraresi, a cui avevo già esplicitato il caso Gorizia e il capo del personale del Ministero Giustizia,  Dott. Pietro Buffa ”.

 

 

“ La sede di Gorizia, ho spiegato in una mail inviata ad entrambi, ha  il Carcere e i servizi in fase di ristrutturazione, il che  impone la presenza di un direttore a tempo pieno. I lavori del lotto carcerario che comporterà il completamento dei reparti detentivi dell’istituto penitenziario, compresi la realizzazione rampa disabili e la ristrutturazione dei locali ricreativi hanno necessità di essere seguiti, come pure il programma di interventi manutentivi, di recupero e di adeguamento normativo.

L’obiettivo inoltre della realizzazione della cittadella giudiziaria che ingloberebbe la scuola Pitteri, senza la presenza di un dirigente a tempo pieno  in loco, sarebbe destinato ad allontanarsi. Rafforzare gli organici e assicurare la direzione dovranno quindi essere due punti fermi. E dare una nuova centralità alla Casa Circondariale di Gorizia”.

 

 

GORIZIA, CALO DRASTICO DEI MIGRANTI: lo spostamento della Commissione Territoriale:criticità o occasione mancata? 

 

La Rotta Balcanica continua, eppure in Friuli-Venezia Giulia il flusso di migranti , provenienti in massima parte da Afghanistan e Pakistan, ma anche da Iran e Iraq è comunque in forte calo.  Che gli sbarchi siano crollati via mare dell’ 80% già a seguito degli interventi del Governo  Minniti, non è una novità. Nè dovrebbe sorprendere il fatto che specie a Gorizia i numeri siano in netto calo rispetto alla quota 2000 (duemila) del 2017, periodo di eccezionali presenze. Oggi la situazione si è stabilizzata alle quote del 2016 (circa 800). Il che significa un calo sia di  “Dublinati”, cioè di richiedenti asilo provenienti da altri Paesi europei, sia di nuovi richiedenti asilo via terra, dall’80% al 50%.

Mi pare opportuna una lettura interpretativa del fenomeno,  non semplicistica circa le cause del calo del flusso, che comunque è destinato a continuare, stanti i 4.000 bloccati in Bosnia, che premono per entrare. Innanzitutto uno dei motivi centrali è lo

• “smaltimento” delle procedure dell’Unità Dublino di Roma presso la Questura di Gorizia, e da pochi giorni alla Prefettura di Trieste, che si avvale anche dei nuovi assunti specializzati  (Decreto Minniti) . Un esempio di buona pratica che sarà diffusa. 

Si tratta dell’ attuazione di proposte di buon senso che, sentita la stessa Prefettura, presentai io stessa in corso di mandato al Governo, quindi alla Presidente dell’Unità Dublino nel 2015 (tra le altre l’ audizione in Bicamerale Schengen il 20 ottobre 2015), chiedendo la possibilità di decentrare a livello periferico (Questure, ove presenti le Commissioni Territoriali) le procedure dell’Unità Dublino di Roma, per ottenere in tempo utile le pratiche dei Dublinati dagli altri Paesi, trasferendo, senza rischiare la decorrenza termini, i migranti già registrati altrove ai Paesi europei di provenienza, senza sobbarcarci tutti gli arrivi, oltre a quelli di nostra pertinenza. Il decentramento dell’ Unità DUBLINO che avevo invocato da quasi 4 anni, attuato da alcuni mesi, è determinante e sarà generalizzato. Il passaparola in questo caso ha funzionato e i Dublinanti sanno che il rischio di essere “restituiti” per tempo al Paese di primo ingresso, che secondo il Trattato deve farsene carico, è alto. Si tratta ben del 92% dei richiedenti asilo totali del nostro Territorio.

 La maggior efficienza, grazie alla sinergia fra i nuovi esperti di Asilo EASO (European Asylum Support Office) che affiancano la questura, Polizia di frontiera, Ufficio immigrazione, si è rivelata fondamentale e immediata.

Altra risorsa, i 250 funzionari amministrativi da destinare esclusivamente alle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale ed alla Commissione nazionale per il destinare esclusivamente alle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale ed alla Commissione nazionale per il diritto d’asilo ( Legge 46 2017, recante “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell’immigrazione illegale”.)

Con il concorso pubblico, per titoli ed esami, l’Amministrazione si é dotata di personale altamente qualificato per l’esercizio di funzioni di carattere specialistico, operante presso le Commissioni Territoriali. Oggi, Trieste ( ex Comm.ne di Gorizia) li vede operare in modo efficiente.

il collo di bottiglia sono però ancora i ricorsi, resi sì più celeri dalla legge Orlando-Minniti, ma a causa un’ ambiguità interpretativa, da dirimere al più presto, rallentati dall’ inghiottitoio congestionato del Tribunale di Roma e non gestiti da Trieste, dove trovavano risposta rapidissima.

Un secondo punto, che ha contribuito a rendere spedite le procedure, fortemente voluto da alcuni tra noi Parlamentari, è stato la

• istituzione a UDINE  della sottosezione della „Commissione territoriale di Gorizia, con il compito di accelerare le richieste di protezione internazionale.

Un terzo punto, relativo al contenimento del flusso  nel nostro Territorio, è dovuto ai

• controlli intensificati della rotta balcanica a livello dei confini,che si realizzano tuttora a livello di retrovalico, anch’essi introdotti dai decreti Minniti-Orlando.

Preoccupano le testimonianze di violenze reiterate ad opera dalle forze dell’ordine tra Bosnia e Croazia ai danni di questi disperati, a cui verrebbe respinta persino la legittima richiesta di asilo. Preoccupa il numero di Siriani  trattenuti in Turchia, che Herdogan gestirà ma fino a quando, e vista la situazione  esplosiva di questi giorni? La rotta balcanica con deviazioni verso i sentieri meno battuti è comunque la grande incognita di primi ingressi di cui non solo la Regione, il Governo, ma l’Europa dovrà farsi equamente carico.

Credo che il passaparola tra i migranti sullo spostamento della Commissione Territoriale da Gorizia a Trieste, abbia condizionato ben poco gli ingressi su Gorizia, considerato il quadro globale. 

La Commissione per il riconoscimento della protezione internazionale a GORIZIA giornalmente intervistava dodici ragazzi in Prefettura solo dopo mediamente un anno dal loro arrivo (per la Commissione di UDINE previsti quasi DUE anni): perchè sarebbe dovuta essere elemento così attrattivo, e aumentare le presenze di richiedenti asilo in città? Se così fosse, verrebbe da chiedersi perchè la presenza della Commissione sia stata fortemente richiesta dal sindaco di Udine e il trasferimento da Gorizia così ben accetto dal Sindaco Trieste.

Per maggior precisione, va detto che i 12 stranieri venivano e vengono esaminati quotidianamente dalla Commissione sulla base di criteri cronologici (tempi di arrivo sul Territorio regionale), di esigenze organizzative (aggregazione per appartenenza linguistica e presenza dei traduttori) e di Territorialità (in numero proporzionale tra le zone di residenza in regione), stazionavano in città un solo giorno, max 2 quando residenti fuori Gorizia.

Va anche detto che il FVG è oggi assai poco attrattivo. I migranti di nuovo arrivo cercano altri Paesi, e quando chiedono asilo è per evitare l’espulsione una volta individuati nella rete dei controlli (oggi più intensi) predisposti a ridosso del confine, altrimenti migrerebbero al Nord. I Dublinati che tentano l’ingresso della speranza, diminuiscono sensibilmente per i motivi che ho detto, considerate le prospettive di lavoro pressochè nulle, la percentuale di dinieghi all’Asilo ormai al 70%, la percentuale dei rigetti dei ricorsi quasi totale, l’accoglienza incerta e in condizioni spesso del tutto inadeguate.

La serie di errori:  è mancata la volontà di garantire un apparato integralmente efficiente nel Paese; Questure Prefetture Commissione Territoriale e Tribunale avrebbero dovuto disporre da subito di uomini e mezzi per svolgere i complessi nuovi compiti affidati dalla legge. Pensiamo solo al carico di lavoro dei Tribunali, travolti dai ricorsi…. Il sistema funziona come una macchina: se il motore è potente,devono funzionale anche gli pneumatici e i freni….quindi personale e risorse inadeguate hanno impedito al meccanismo di funzionare AL MEGLIO.

Il positivo della Commissione di Gorizia, la più produttiva d’Italia?  Aveva visto in questi anni alternarsi in prevalenza tirocinanti laureandi in legge, in scienze internazionali e diplomatiche,  in sociologia, rivelatisi un’enorme risorsa. Aveva generato rapporti dinamici tra giovani studenti universitari, protagonisti di un’esperienza impegnativa e Prefettura e Questura: una buona occasione per favorire un graduale inserimento degli stagisti nel mondo del lavoro, attraverso convenzioni regionali (borse lavoro) di cui si  stava parlando con la Regione. Destinare  risorse per un rinnovamento generazionale della Pubblica Amministrazione, puntare sulle energie dei giovani, a partire da Questo Territorio: sarebbe stata una grande opportunità, ormai concreta, non un’idea fantasiosa.

Troppe sordità, i finanziamenti borse lavoro avrebbero potuto essere già una realtà concreta.  Così non è stato e così non sarà. Ne beneficeranno altri.  OGGI, VI AVREBBERO PRESTATO SERVIZIO ALTRI giovani nuovi assunti dal Ministero dell’ Interno, che già operano a Trieste. È mancato il coraggio di osare.

LAURA FASIOLO

Prove tecniche di “integrazione creativa”.

Prove tecniche di “integrazione creativa”.

Più passa il tempo, più la “pensata dell’amministrazione monfalconese” di fissare un tetto massimo del 45%
di bambini stranieri nelle classi delle scuole materne, cioè bambini dai 3 ai 5 anni di età, mostra tutti i limiti
e le inevitabili contraddizioni che sorgono quando si deve passare dal dire al fare. Ne è prova il nervosismo
con cui la maggioranza, pur di non affrontare il punto, ha mandato a monte la seduta della Commissione
per il controllo dell’ente e delle partecipate in cui si sarebbe dovuto ragionare operativamente
sull’attuazione della proposta. La realtà è che l’amministrazione sta gestendo questo tema alla giornata,
senza la benché minima programmazione né di breve, né di lungo periodo. Nessuna strategia condivisa è
stata elaborata con gli altri colleghi sindaci, mai incontrati per un eventuale percorso di “accoglienza
diffusa” tra i comuni vicini. Non è stata presentata alcuna previsione di bilancio per quantificare il costo del
“trasporto scolastico utenti 3-5 anni” incluso l’accompagnamento obbligatorio e la mediazione; nessuna
procedura amministrativa per la formalizzazione di questi due nuovi servizi, che il comune dovrebbe
attivare e finanziare per un periodo non inferiore ai tre anni, cioè l’intero ciclo scolastico che partirà questo
settembre, è stata ancora avviata.
Il vero tema però non è che a un mese e mezzo dall’inizio della scuola l’amministrazione dimostra di
brancolare ancora nel buio, ma piuttosto va seriamente considerato il rischio di un drastico calo delle
iscrizioni. Non va dimenticato che la scuola dell’infanzia non è scuola dell’obbligo, di conseguenza più si
rende difficile alle famiglie la fruizione del servizio pubblico, maggiore è la probabilità che queste ultime
rinuncino e finiscano con il tenersi i bambini a casa. L’aggravante sta nel fatto che oggi chiedono l’iscrizione
alle materne proprio quelle famiglie che vogliono integrarsi e affrancarsi da un senso di comunità che
ancora troppo spesso sopperisce a ciò che la parte pubblica non è in grado di dare.
La proposta di gestire bambini di età dai 3 ai 5 anni come fossero “richiedenti asilo politico” da smistare,
pro quota, nei vari comuni ha già sortito l’effetto di mettere questi piccoli e le loro famiglie nella condizione
di “esclusi”, rifiutati da una comunità che ha già rinunciato ad occuparsene e si preoccupa solo di allocarli
un po’dove capita. Tempo tre anni e questi piccoli arriveranno alle scuole elementari, primarie dell’obbligo,
dove non c’è tetto che tenga perché, per legge dello stato non ci possono essere limiti, l’iscrizione è
obbligatoria e viene decisa dalle famiglie e dal dirigente d’istituto; il sindaco di turno riveste il solo ruolo di
proprietario dell’immobile scolastico e poco più. Il risultato sarà che molti ragazzini approderanno
direttamente dalla famiglia alla scuola dell’obbligo e l’impatto nelle classi sarà ancora maggiore.
Qui si inserisce il vero tema, attualmente a Monfalcone il 58% della popolazione scolastica è composta da
bambini stranieri, dato ineludibile ed in crescita. Le strade che gli amministratori hanno davanti sono due,
attivare delle strategie per iniziare percorsi di integrazione quanto prima possibile, in modo da creare classi
delle primarie il più possibile omogenee per competenze già acquisite, oppure fare l’esatto opposto,
emarginare questi piccoli, metterli di fatto nelle condizioni di affrontare con difficoltà la scuola dell’obbligo
e accettare l’inevitabile rischio di un precoce abbandono dell’obbligo scolastico durante la fase
adolescenziale.
Una cosa è certa i piccoli di oggi saranno i cittadini di domani, accettare la sfida che istruire è il primo passo
per integrare e far crescere i cittadini del futuro dovrebbe essere un principio condiviso di tutte le
democrazie compiute.

Segretario provinciale PD Gorizia
Silvia Caruso

DOBBIA, il programma completo della Festa.

DOBBIA, il programma completo della Festa.

 

A tutti Voi che venite come ogni anno a trovarci,  un caloroso benvenuto!
A tutti coloro che con dedizione, impegno, fatica ed entusiasmo, sono qui per realizzare ancora una volta la festa di Dobbia,un sincero e profondo ringraziamento.
CIRCOLO DEL PARTITO DEMOCRATICO

DI STARANZANO
in collaborazione con
I CIRCOLI DEL MANDAMENTO

Candidature Regionali.

Candidature Regionali.

Una affollata assemblea ha approvato all’unanimità I candidate alle elezioni  regionali  proposti dal Segretario Provinciale Silvia Caruso.

Si parte da 2 figure di esperienza come dall’assessore uscente Sara Vito e il capogruppo in consiglio regionale Diego Moretti, a cui si aggiungono 3 nomi selezionati per dare risposta  a diverse esigenze. Quella proveniente dal movimento giovanile con il candidato di Gorizia Marco Della Gaspera quella della  comunità slovena con  Josko Terpin, e un quella  della “società civile” abbinata ad  una forte competenza in materiale socio assistenziale come con la candidate  Marizza, attuale assessore indipendente al  Comune di San Canzian d’Isonzo.

Il Segretario ha evidenziato come tutti I candidate siano espressione di più circoli e abbiano raccolto le sottoscrizioni di almeno 15 iscritti, come richiesto dallo statuto. In precedenza tutti I segretari erano

stati sensibilizzati sull’opportunità di proporre delle candidature condivise a livello territoriale.

Molti gli  interventi, in particolare mirati a recuperare coraggio nella proposta politica e sulla presenza nei territori, dove il PD, almeno nella provincia di Gorizia, si vede radicato.

Diverse sottolineature hanno anche riguardato “l’eccesso di correttezza” del segretario nel voler attivare una nuova fase congressuale alla fine delle elezioni regionali.

Immigrazione: un fenomeno globale da governare

Immigrazione: un fenomeno globale da governare

Serata dedicata ad un’approfondimento sul teme immigrazione, con particolare riferimento alla nostra realtà provinciale dove varie realtà partecipano attivamente alla ricerca di una soluzione del problema mentre altre, a volte con responsabilità amministrative anche importanti, perlomeno  si disinteressano al tema.

L’Onorevole Brandolin ha ricordato che l’accoglienza del richiedente asilo é un obbligo giuridico per gli Stati membri dell’Unione europea, e che a oggi on tutti gli stati membri operano nel rispetto di tali norme.

L’auspicio è di interventi  mirati a sostenere in maniera strutturata e coordinata i Comuni e le associazioni nella gestione dell’accoglienza delle persone richiedenti presenti nelle strutture temporanee, tramite progetti realizzati in collaborazione e sinergia tra loro.

Non di meno favorire l’impiego utile del tempo da parte degli ospiti delle strutture temporanee con azioni che prevedano la partecipazione ad attività sociali, in raccordo con gli Enti e le associazioni del territorio come già avviene presso diverse realtà della nostra provincia. Inoltre risulta necessari favorire l’accesso ai servizi del territorio, creando sinergie tra enti pubblici e privato sociale, anche al fine di superare alcuni vincoli in a prima vista banali ma importanti nel suo significato come l’impossibilità di “giocare a calcio ufficialmente” per un ragazzo che ricade in queste categorie.

Diverse le sottolineature pervenute da parte del pubblico, anche ricordando la storia di un percorso che in pochi decenni ha cambiato diverse  caratteristiche delle nostre comunità,  ma che in molti casi non viene recepito nella sua completezza nelle con la nostra società.

Alla fine dell’incontro l’Onorevole Giorgio Brandolin e  la segretaria provinciale Silvia Caruso hanno incontrato i giovani del PD in un momento conviviale che ha consentito ai giovani del nostro partito di segnalare le proprie istanze.